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Una vexata quaestio: come valutare la credibilità e l’attendibilità delle dichiarazioni del minore vittima presunta di abuso sessuale – a cura del Dott. Antonio Violo – sito Studio Legale Avvocato Silvio Tolesino

COME VALUTARE LA CREDIBILITÀ E L’ATTENDIBILITÀ DELLE DICHIARAZIONI DEL MINORE PRESUNTA VITTIMA DI ABUSO SESSUALE

COME VALUTARE LA CREDIBILITÀ E L’ATTENDIBILITÀ DELLE DICHIARAZIONI DEL MINORE VITTIMA DI ABUSO SESSUALE

A cura del Dott. Antonio Violo

In Psicologia Giuridica un settore d’indagine molto complesso ed estremamente delicato riguarda l’ascolto del minore presunta vittima di abuso sessuale, soprattutto, anche se non in via esclusiva, quando tale crimine si sospetta sia stato commesso da un familiare di primo grado (comunemente il proprio genitore ma può riguardare anche parenti più prossimi come nonni, zii, fratelli, cugini et similia). In simili circostanze viene solitamente predisposto dall’autorità giudiziaria lo svolgimento della cosiddetta “audizione protetta” del minore, da attuarsi in uno spazio appositamente attrezzato per poter consentire di non traumatizzare ulteriormente il minore e contestualmente poter garantire la corretta e completa acquisizione della sua testimonianza e, quindi del suo racconto della esperienza di abuso presumibilmente subita. In effetti, la difficoltà principale con cui si trova a doversi confrontare lo psicologo CTU nominato per adempiere tale ufficio pubblico, consiste esattamente nel dover stabilire la credibilità e l’attendibilità delle affermazioni del minore coinvolto nel processo, proprio in merito ai fatti narrati ed oggetto d’indagine.

Innanzitutto occorre effettuare alcune precisazioni propedeutiche.

Si è già evidenziata la necessità, da parte del Magistrato che si occupa del caso, di utilizzare la prestazione professionale di un consulente esperto in psicologia clinica e in psicologia giuridica, per poter in tal modo consentire una corretta conduzione dell’intervista del minore. Purtroppo, a volte, si continua ad assistere a situazioni incresciose nelle quali, a più riprese, il Magistrato incaricato assume in prima persona la direzione del colloquio con il minore, non permettendo al suo consulente di poter seguire le indicazioni (linee-guida) sull’ascolto protetto dei minori consigliate dalla Psicologia Giuridica, come quelle contenute, per esempio, nel Memorandum of Good Practice in uso in Gran Bretagna (Home Office, 1992) e nella Step Wise Interview così come presentata negli scritti di Yuille e colleghi (1989, 1991, 1993) che prevede tra le fasi centrali del colloquio l’introduzione iniziale dell’argomento e dello scopo dell’intervista, iniziando con domande generiche del tipo “Sai perché sei venuto qui a parlare con me?”, e proseguendo con domande più mirate all’evento, come “C’è qualcosa che ti è successo di cui mi vorresti parlare?”. Un esempio di protocollo corretto di intervista semistrutturata è il National Institute of Child Health and Human Development (NICHD) Protocol for Investigative Interviews of Alleged Sex Abuse Victims, sviluppato da Lamb, Sternberg, Esplin, Hershkowitz ed Orbach (1997), e si focalizza sul fatto che quante meno domande chiuse si fanno al bambino, tanto più accurate saranno le risposte date, minimizzando il rischio della suggestione. Occorre precisare che, poi, durante il racconto libero del minore, è buona prassi procedurale che nella stanza predisposta per l’incidente probatorio vi sia solamente il CTU, il quale deve essere il solo a poter porre le domande direttamente al minore. Il CTU, infatti, deve essere collegato tramite un apposito citofono agli altri professionisti coinvolti nel processo (Giudice, Avvocati, CTP, etc) e posizionati in un’altra stanza con vetro unidirezionale in modo da assistere al colloquio, i quali, possono porre delle domande al minore, opportunamente filtrate dal CTU, solo ed esclusivamente tramite la mediazione di quest’ultimo (Stefano Opilio, “L’incidente probatorio in caso di vittima minorenne” in “Lessico di diritto di famiglia”, pag.3).

In secondo luogo, una fase importantissima e cruciale consiste nell’analizzare la forma ed il contenuto delle affermazioni del minore, emerse nel corso dell’intervista eseguita dal CTU (per una corretta conduzione della quale si rinvia ad altri contributi molto esaustivi in merito, primo fra tutti il testo di Guglielmo Gulotta e Ilaria Cutica, “Guida alla perizia in tema di abuso sessuale e alla sua critica”, Giuffré, 2004).

Alcune “caratteristiche” di tali comunicazioni vanno “periziate” con estrema accuratezza ed attenzione, benché nessuna di esse provi che le affermazioni siano false; tuttavia la loro presenza congiunta rende legittimo un dubbio sulla veridicità del racconto. In particolare le caratteristiche delle informazioni stereotipate ed incomplete, nel resoconto libero dei fatti, ampliate in maniera non sempre coerente solamente in seguito alle richieste pressanti del CTU, la scarsezza di riferimenti a sé e alle esperienze da un punto di vista soggettivo, sono tipiche di racconti di episodi non vissuti, secondo accurati studi empirici sulla memoria (Johnson & Raje, 1981; Alonso-Quecuty, 1992). I ricordi che si riferiscono a percezioni reali includono più informazioni contestuali di tipo spaziale-temporale (fornite spontaneamente) e maggiori dettagli di tipo sensoriale, mentre i ricordi derivati da materiale immaginato contengono più informazioni soggettive ed eccentriche. Altri studi (van der Kolk & Filser, 1995, Scholer, Gerhard & Loftus, 1986), dimostrano che le memorie di abuso, rispetto a quelle di fantasie di abuso, contengono più informazioni sensoriali e percettive.

Gulotta (tra i massimi esponenti della Psicologia Giuridica in Italia, avvocato e psicoterapeuta, docente di Psicologia Giuridica presso l’Università degli Studi di Torino), in riferimento alla malleabilità dei ricordi umani, afferma: «[…] i ricordi relativi ad eventi traumatici possono essere alterati da nuove esperienze, ed interi eventi, mai accaduti, possono essere inseriti tra i ricordi personali. Questo dimostra un meccanismo per cui ricordi falsi possono essere creati a partire da piccole suggestioni da parte di una persona a cui si crede (un membro della famiglia ritenuto affidabile, uno psicologo), o dall’incorporare dentro la propria storia personale l’esperienza di qualcun altro (Loftus, 2002) […] Altri errori di memoria sono il ritenere che episodi con una forte carica emotiva vengano ricordati vividamente, e quindi in modo assai fedele; il credere che un ricordo non muti col passare del tempo, né a seguito di informazioni avute successivamente al suo verificarsi. Entrambe queste credenze si basano su una presunta (quanto inesatta) assunzione di “indipendenza delle tracce mnestiche”. Così, quando in ambito forense si ascolta una testimonianza, non si pensa che, rispetto al momento di accadimento del fatto, numerose vicende sono intervenute nella storia personale del teste (si consideri che l’incidente probatorio a volte viene effettuato a diversi mesi di distanza dall’occorrenza dei fatti oggetto di esame). […] Le ricerche sulla memoria hanno mostrato l’alto grado di distorsioni cui vanno incontro i nostri ricordi (Mazzoni, 2000). Perfino i dettagli di eventi traumatici realmente vissuti, come ad esempio il disastro dello shuttle Challenger, vengono mutati col tempo (Harsch e Neisser, 1989); talvolta le persone riferiscono come accaduti a se stessi eventi accaduti ad altri (Barclay e Wellman, 1986). Inoltre è possibile creare ricordi di eventi mai accaduti (Laurence e Perry, 1983, Loftus & Ketcham, 1994; Loftus & Hoffman, 1989)».

I meccanismi cognitivi che rendono possibile la creazione di memorie di eventi non esperiti sono legati al funzionamento della memoria umana. Immaginare il passato in modo differente da quello che davvero è stato, può cambiare il modo in cui si ricordano i fatti avvenuti. D’altronde, in psicoterapia è noto che pensare in modo diverso al proprio passato influenza il modo in cui le persone danno significato ad esso, ed al proprio presente (Gullotta, 2004). Loftus, pioniera in questo tipo di studi, evidenziò già dal 1989 (studio replicato nel 1994 insieme ad Hoffman) la possibilità di creare in un gruppo di adulti un ricordo coerente e dettagliato di qualcosa che non era accaduto. Esistono dei meccanismi cognitivi, per esempio, che rendono possibile il manifestarsi del seguente evento mentale: il semplice fatto di leggere una descrizione di un evento, può far incorporare tale evento nei ricordi autobiografici di un individuo. Sembra che a determinare il verificarsi di questo modo di funzionare della nostra memoria sia la sua tendenza a confondere la fonte dalla quale si è appresa una data informazione, definita errore di misattribuizone della fonte (Johnson, Hastroudi e Linsday, 1993). Può accadere, cioè, che ci si ricordi di un dato ma non si sia in grado di risalire a come lo si è appreso: attraverso la lettura, oppure tramite una comunicazione orale di qualcuno (ed in tal caso di chi), oppure tramite la visione di un film. Talvolta questo porta a confondersi anche su episodi autobiografici: abbiamo sentito raccontare un fatto da qualcuno e, per il fatto di averne vissuto uno simile, confondiamo le caratteristiche dell’evento narrato con quello cui abbiamo preso parte (Gulotta, 2004; Mazzoni e Loftus, 1996; Mazzoni, Vannucci e Loftus, 1999). La confusione generata dalla nostra mente riguardo il ricordo di un evento autobiografico viene incrementata anche dal ruolo giocato dall’immaginazione, strategia che molte persone usano quando pensano ad un evento che sul momento non ricordano (per una rassegna dettagliata della letteratura sul ruolo dell’immaginazione nell’influenzare la memoria umana e i ricordi, si veda: Sarbin, 1988; Hynam e Pentland, 1996; Garry, Manning e colleghi, 1996; Goff e Roedinger, 1988; Garry, Frame e Lotus, 1999; Goff e Roedinger, 1988). Secondo Garry e Polascheck (2000) immaginare un evento lo rende più familiare, ed i soggetti probabilmente confondono l’aumentata familiarità rispetto all’evento con il fatto di averlo esperito davvero; a questo si aggiunge il già citato errore di misattribuzione della fonte (Garry e Hayes, 1999).

Secondo uno studio di Johnson e Raye (1981), i ricordi che si riferiscono a percezioni reali (eventi esperiti) includono più informazioni contestuali di tipo spaziale e temporale e maggiori dettagli di tipo sensoriale. Secondo Schooler, Garhard e Loftus (1986), le persone usano più parole per descrivere i ricordi reali, usano più espressioni dubitative, e menzionano più spesso processi cognitivi o emozioni. Il meccanismo dell’immaginazione opera confondendo realtà e fantasia non solo per quegli eventi cui si è assistito o preso parte in modo passivo, ma anche per quelli cui invece si è preso parte attivamente, compiendo un qualche tipo di azione. Alcuni studi sostengono che le rappresentazioni mentali del compiere e dell’immaginare un’azione possano essere molto simili (ad es. Neisser, 1976; Norman, 1981), e le tracce mnestiche delle due attività possono essere simili. L’immaginazione si conferma dunque un’attività cognitiva in grado di generare errori nell’attribuire uno status di realtà ad un atto che si presume compiuto, casi come nel giudicare avvenuto a se stessi un evento del passato che invece è stato solo raccontato.

Un altro ulteriore aspetto sul quale si vuole indurre ad una riflessione, riguarda la possibilità delle false denunce di abuso fatte in buona fede da genitori allarmati da qualche circostanza: molto spesso il bambino fa delle dichiarazioni a seguito di una influenza involontariamente suggestiva da parte del suo entourage familiare. Alcune madri possono preoccuparsi per un comportamento che giudicano sessualmente anomalo del figlio o per qualche sua frase. Il giudizio circa il comportamento verbale del bambino spesso deriva dalla poca conoscenza di cosa sia sessualmente naturale per i piccoli. La preoccupazione fa fare domande che manifestano tali preoccupazioni. La madre si aspetta e spera che la risposta sia “no”, ma il bambino è portato a confermare ciò che di implicito c’è nella domanda. Allora la madre consulta amici, parenti ed esperti, con ulteriore incremento di ansia e preoccupazione, fino ad arrivare alla denuncia. In questo modo il quadro può venire inquinato all’origine, ed è come se in un’indagine di polizia scientifica su un omicidio raccogliessimo a mani nude i reperti sul luogo del delitto. Infatti, i bambini possono tendere con un processo di conferma comportamentale, a compiacere i grandi ed a adeguarsi alle loro aspettative. In tal modo può verificarsi una costruzione sociale mediante la quale si parte da premesse non certe, le si interpretano ambiguamente e si proiettano sui bambini queste ambiguità piene di aspettative e questi le confermano. Le accuse di abuso in alcuni casi, potrebbero essere state contaminate dall’atteggiamento di uno dei genitori, che, eccessivamente preoccupati, potrebbero aver involontariamente indotto il/la figlio/a confermare le loro peggiori aspettative (Gulotta, 2004).

La letteratura scientifica sui falsi positivi (il pericolo di considerare come abusi fatti che di per sé non lo sono) risulta robusta e cospicua. Green, già nel 1986, ritiene che la denuncia del bambino possa essere basata su fantasie sessuali piuttosto che sulla realtà.

Mantell invece, nel 1988, ritiene che in alcuni casi le azioni riferite siano inventate, distorte o esagerate così da apparire inappropriate. Possono essere state immaginate, ci può essere stata un’interpretazione errata o un resoconto non corretto (semplici resoconti non corretti). Oppure potrebbe trattarsi di distorsioni patologiche: le paure riguardo alla sessualità e le distorsioni di esperienze fisiche o sessuali possono verificarsi in alcune forme di patologie che colpiscono la sfera emotiva o mentale. L’accusatore, incapace di distinguere tra realtà e fantasia, può insistere fermamente che le affermazioni siano reali, e può essere controproducente contrariarlo.

Bernet, più recentemente (1993,1997) ipotizza che il bambino possa fare affermazioni false a causa di processi mentali non consapevoli o non volontari. I meccanismi mentali che possono determinare tali evenienze sarebbero i seguenti: 1) la fantasia del bambino, che egli può considerare come se fosse la realtà, come pure l’interpretazione errata di fatti accaduti può causare una falsa credenza; 2) la confabulazione, definita come “l’atto di riempire i vuoti di memoria con le fantasie o con fatti reali, che però non sono veri in quella occasione” (questo concetto implica solitamente che il soggetto fabbrichi affermazioni o racconti che riguardano eventi che la persona non ricorda e può accadere che il bambino vi ricorra anche quando l’intervistatore lo spinge ripetutamente a fornire maggiori informazioni rispetto a quelle che lui ricorda); 3) la pseudologia fantastica, chiamata anche menzogna patologica, viene definita come “il racconto di storie senza motivi comprensibili o adeguati, messo in atto con tanto impegno che il soggetto può convincersi che siano vere” (Deutsch nel 1982 ritiene sia determinata dalla riattivazione delle tracce mnestiche inconsce di una esperienza reale precedente, mentre Fenichel aggiunge che si tratti di una modalità “economica” per il mantenimento della rimozione).

Foti nel 1998 si occupa delle bugie all’interno di una rivelazione attendibile, esplicitando quelli che secondo lui possono essere alcuni dei fattori all’origine di queste situazioni: l’intenzione di eludere le componenti emotive dell’abuso per non sentirsi troppo in colpa, enfatizzando le componenti fisiche; il bisogno di rappresentarsi come chi ha reagito e lottato contro l’abuso, per non sentirsi impotente o complice.

De Cataldo Neuburger, nel 1999, ritiene alcuni bambini possano distorcere, amplificandolo, il significato di normali contatti corporei.

Dèttore ritiene, nei potenziali casi di “fraintendimento”, che la denuncia può nascere all’interno di una situazione conflittuale fra i coniugi o fra un genitore e alcuni parenti, e non sempre l’accusa viene deliberatamente costruita o il bambino viene plagiato o “istruito” a raccontare una determinata storia: più spesso la denuncia può nascere da un fraintendimento di un evento reale, di per sé innocente, che viene interpretato in senso negativo da persone che nutrono verso il presunto abusatore atteggiamenti prevenuti e risentimenti ormai consolidati ( e talora sostenuti dalla pesante presenza nei mass media di notizie circa abusi sessuali sui minori). Inoltre, successivi interrogatori e involontari suggerimenti possono indurre il minore a costruire un’accusa infondata. Il fraintendimento, talora, può avvenire anche da parte del minore stesso.

Secondo Caffo le dichiarazioni dei bambini possono non corrispondere a quanto viene da loro soggettivamente percepito, vissuto, ricordato. Ciò varrebbe anche nel caso del minore presunta vittima di abuso sessuale, in quanto vari fattori operanti sia “in negativo” sia “in positivo” (il guadagno personale, la paura della punizione, l’ingiunzione del segreto, il mantenimento di una promessa, l’imbarazzo) possono influire anche sulla credibilità.

Sempre Caffo (2004) consiglia di tenere presenti le linee guida dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry (AACAP, 1997), in cui viene precisato che le dichiarazioni possono essere in parte “vere” in parte “false” e che una rivelazione può possedere un nucleo di verità, avendo però subito l’influenza negativa di successive elaborazioni a causa di interviste suggestive ripetute. Vengono distinte 4 tipologie di false dichiarazioni, tra le quali merita attenzione la categoria delle false rivelazioni prodotte dal bambino per la presenza di meccanismi mentali inconsci o non intenzionali, come nel caso della confusione tra fantasia e realtà, delle fabulazioni mitomaniche, delle fantasie di seduzione, degli errori di interpretazione, dell’utilizzazione di meccanismi di difesa.

Il minore, per opera della suggestione, può riportare eventi mai accaduti o distorcere, minimizzare, ingigantire, negare fatti realmente esperiti. Gli interlocutori sono in grado di suggestionare il bambino in maniera più o meno intenzionale e quest’ultimo risulta essere più o meno consapevole rispetto alla veridicità delle informazioni indotte. Non è raro, per esempio, che le madri fraintendano comportamenti, sintomi e dichiarazioni del figlio e che le loro stesse reazioni si ripercuotano poi sul racconto del bambino stesso (Caffo, 2004).

Le dichiarazioni possono non corrispondere all’evento realmente vissuto a causa di molti fattori: lo stress al momento della memorizzazione o successivo alla stessa, le errate interpretazioni (fraintendimenti), le successive elaborazioni. La rivelazione può anche essere influenzata dall’immaginazione dei bambini, spesso utilizzata come meccanismo di difesa e che riesce, a volte, a distorcere alcune parti del racconto. La fantasia d’abuso può scaturire da più fattori: si pensi al caso in cui il bambino, trovandosi nello stadio edipico (Di Cori e Sabatello, 1999), fraintende e interpreta erroneamente le cure fisiche prestate da un genitore (per es., durante il bagno ecc.). Inoltre, la paura, l’imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa possono mobilitare meccanismi di difesa inconsci nel bambino, sia al momento dell’evento sia nelle fasi successive, soprattutto in seguito alla previsione che il bambino formula rispetto alle conseguenze della sua rivelazione. Così il bambino può rimuovere, esagerare o minimizzare l’evento, o solo alcune sue parti (Caffo, 2004).

Anche le strategie consce ed inconsce che un bambino pone in atto per far fronte alla paura, all’ansia e alla confusione generate dall’abuso contribuiscono a creare distorsioni nel racconto. Il senso di impotenza che il bambino prova durante il trauma e durante il racconto, può indurlo a introdurre nel racconto stesso elementi di “fantasie d’onnipotenza” in cui vengono descritte reazioni agli atti d’abuso in realtà mai avvenute, ma solo desiderate (Caffo, 2004).

In ultimo, può presentarsi il caso delle esagerazioni prodotte per ottenere l’attenzione e l’approvazione dell’intervistatore. L’iniziale rivelazione d’abuso viene spesso accolta con grande interesse ed empatia da parte dell’ascoltatore, mentre nelle interviste successive lo stesso materiale, avendo perso il carattere di novità, non provoca la stessa reazione e il bambino può decidere di aggiungere particolari o di ingigantire quelli già rivelati (Caffo, 2004).

Esistono dei criteri di analisi della trascrizione della rivelazione del minore che si consiglia di seguire attentamente, supportati dalle ricerche empiriche degli autori di volta in volta citati nel testo e soprattutto appartenenti alla cosiddetta “CBCA” (“Criteria Based Content Analysis”, una tecnica validata dalla comunità scientifica per valutare la veridicità delle testimonianze).

In tali situazioni, inoltre, si consiglia di ampliare i metodi di indagine in modo da raccogliere maggiori informazioni, per esempio anche dai genitori del minore. Andrebbero analizzati i legami affettivi tra la minore e le sue figure parentali, andrebbe esclusa l’eventuale presenza in essi di disagio psicopatologico (come pure di un eventuale vissuto traumatizzante di vittimizzazione sessuale nella loro storia di vita pregressa) e andrebbe indagata maggiormente tutta quanta l’area grigia riguardante il tipo peculiare di legame esistente tra il minore e il suo presunto abusante, in modo da rendersi pienamente conto se non ci siano anche altre spiegazioni plausibili da prendere in esame, e che potrebbero aver condotto (ipotesi che non andrebbe scartata a priori) il minore se non a mentire, quantomeno ad ingigantire e ad ampliare oltremodo le esperienze di abuso denunciate. A tal fine potrebbe essere utile ascoltare in merito ai presunti fatti denunciati anche tutti coloro che, a vario titolo, potrebbero aiutare a chiarire alcuni aspetti importanti dell’intera vicenda oggetto d’indagine (in primis le figure genitoriali e parentali, i conoscenti, gli insegnanti,e chiunque possa fornire utili indicazioni).

dal sito: http://www.giuristiediritto.it/psicologia-giuridica/238-articoli-e-commenti/966-una-vexata-quaestio-come-valutare-la-credibilita-e-lattendibilita-delle-dichiarazioni-del-minore-presunta-vittima-di-abuso-sessuale.html

BIBLIOGRAFIA

Si sottolineano, rispetto alle fonti bibliografiche utilizzate, soprattutto le seguenti:

– Dettore Davide, Fuligni Carla, “L’abuso sessuale sui minori”, McGraw-Hill Companies, 2008

– Malacrea, Lorenzini, “Bambini abusati: linee guida nel dibattito internazionale”, Raffaello Cortina, 2002

– Ernesto Caffo, G. Battista Camerini, Giuliana Florit, “Criteri di valutazione nell’abuso all’infanzia. Elementi clinici e forensi”, McGraw-Hill Companies, 2004

– Guglielmo Guloltta, Ilaria Cutica, “Guida alla perizia in tema di abuso sessuale e alla sua critica”, Giuffré, 2004

– See more at: http://www.giuristiediritto.it/psicologia-giuridica/238-articoli-e-commenti/966-una-vexata-quaestio-come-valutare-la-credibilita-e-lattendibilita-delle-dichiarazioni-del-minore-presunta-vittima-di-abuso-sessuale.html#sthash.rLbCGKo0.dpuf

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