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LA LEGITTIMA DIFESA: ANALISI DELL’ISTITUTO

LEGITTIMA DIFESA: ANALISI DELL’ISTITUTO

Uno degli istituti più discussi, anche presso gli organi di informazione, è sicuramente quello relativo alla legittima difesa.

Ma cosa si intende per legittima difesa? Come la si inquadra nel nostro ordinamento giuridico?

E’ giusto fare chiarezza.

La legittima difesa rientra tra le cosiddette “cause di giustificazione” o “scriminanti”, vale a dire particolari situazioni nelle quali un fatto (altrimenti integrante un reato) viene considerato lecito perché l’ordinamento lo consente o lo impone.

La ratio sottesa alle scriminanti consiste nell’esigenza che l’ordinamento non contraddica sé stesso, da un lato consentendo un determinato comportamento, dall’altro lato sanzionandolo.

Seguendo la tesi prevalente in dottrina e giurisprudenza, il reato è composto da tre elementi essenziali: l’elemento oggettivo (es. la condotta, il nesso di causalità), l’elemento soggettivo (es. il dolo) e l’antigiuridicità (contrarietà del fatto all’ordinamento giuridico); nelle scriminanti (tra cui la legittima difesa) è proprio tale ultimo elemento a difettare, in quanto il fatto, pur in presenza dell’elemento oggettivo e soggettivo, non è antigiuridico, quindi non è meritevole di sanzione.

La legittima difesa trova la sua collocazione nel Codice Penale, in particolare all’art. 52 C. P., il quale stabilisce al primo comma: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.

Dal tenore del primo comma dell’art. 52 C. P. è possibile enucleare gli elementi strutturali dell’Istituto.

In primo luogo è possibile affermare che la legittima difesa si incentra su due poli contrastanti: l’ingiusta offesa da un lato e la reazione legittima dall’altro.

Quanto all’ingiusta offesa, essa deve concretizzarsi in un pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, sfocerebbe nella lesione di un diritto.

L’aggressione ingiusta del bene tutelato dalla norma può derivare sia da una condotta attiva che da una condotta omissiva; essa deve essere non iure, ritenendosi ingiusta ogni offesa che non sia a sua volta giustificata dall’esercizio di un diritto o dall’adempimento di un dovere.

Il pericolo derivante da un‘offesa ingiusta deve poi essere attuale, altrimenti non si tratterebbe più di una difesa ma di una vendetta (se il pericolo è passato); qualora il pericolo sia futuro, invece, il soggetto è tenuto ad affidarsi agli organi dello Stato. Così è senz’altro illegittimo il comportamento di colui che insegue il ladro, che oramai ha posato la refurtiva ed è scappato e, una volta acciuffatolo, lo percuote o lo uccide.

Per poter essere definito attuale, il pericolo deve avere le seguenti caratteristiche:

  • concretezza, cioè che lasci presumere come verosimile e probabile la verificazione dell’evento;
  • imminenza, quando incombe al momento del fatto;
  • persistenza, cioè un pericolo derivante da un‘offesa già iniziata, ma non conclusa.

Quanto alla reazione legittima, essa è determinata dalla necessità di difendersi dall’ inevitabilità di un pericolo e deve caratterizzarsi per la proporzione tra difesa e offesa.

Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta il nodo centrale della norma in oggetto, che spesso ha creato aspri dibattiti mediatici e politici tra una posizione garantista e una posizione che mette in risalto la necessità della difesa, quasi presumendo in ogni caso tale proporzionalità.

La giurisprudenza, specie quella della Cassazione, ha più volte chiarito che ai fini del riconoscimento della scriminante della legittima difesa, la necessità di difendersi e la proporzione tra difesa e offesa devono essere intese nel senso che la reazione risulti, nelle circostanze della vicenda, l’unica possibile, non sostituibile con altra meno dannosa e ugualmente idonea alla tutela del diritto.

Tale proporzionalità deve riguardare molteplici aspetti, quali:

a) il rango dei beni in conflitto;

b) l’intensità dell’offesa minacciata e di quella realizzata;

c) tutte le altre circostanze del caso concreto come la situazione di tempo e di luogo, le armi in possesso dai soggetti coinvolti nel fatto ecc….

Un’importante modifica della norma in questione si è avuta con la L. 59/2006, la quale ha inserito un secondo comma all’art. 52 C. P., il quale stabilisce che “nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste sempre il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a) la propria o la altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

Il legislatore ha dunque diversificato l’operatività della disciplina a seconda del luogo in cui avviene l’aggressione (domicilio privato o luogo in cui l’aggredito esercita la propria attività professionale); ha inoltre inserito un nuovo requisito affinché operi tale presunzione di legittima difesa e cioè l’utilizzo di un’arma legittimamente detenuta. Ultimo carattere da segnalare è la legittima presenza dell’aggredito nel luogo in cui avviene il fatto (es. padrone di casa) e l’illegittima presenza dell’aggressore, che si introduce o si trattiene indetti luoghi all’insaputa o contro la volontà dell’aggredito, configurando così i tratti tipici della violazione di domicilio.

La disciplina dell’art. 52 C.P. è stata di recente oggetto di una travagliata modifica legislativa precisamente dalla l. 36/2019 cd. “Pacchetto sicurezza”, il cui obiettivo è stato quello di rafforzare la tutela dell’aggredito, prevedendo in particolari circostanze, l’automaticità della proporzione tra offesa e difesa.

Il quarto comma dell’art.52 C. P. prevede attualmente che “Nei casi di cui al secondo e al terzo comma agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere, con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone”.

La novella del 2019 ha pertanto configurato una legittima difesa domiciliare presunta.

Il punto focale della nuova legge è senza alcun dubbio l’art. 1, che va a stabilire che la difesa diventi “sempre” legittima e sussista il rapporto di proporzione nelle ipotesi di violazione di domicilio così come disciplinate dall’art.614 C. P..

Introducendo l’avverbio “sempre”, in sostanza, sarebbe consentito in ogni caso scriminare la condotta di un soggetto, legittimamente presente nell’abitazione oppure nel luogo privato in cui si esercita un’attività commerciale professionale o imprenditoriale, che utilizzi un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo per difendere la propria o altrui incolumità e i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

Ciò che maggiormente lascia perplessi della novella in oggetto è l’assenza, quale requisito al fine dell’operatività della scriminante, della necessità della difesa.

Se l’intrusione nel domicilio è violenta (sembrerebbe sufficiente la violenza sulle cose), la legittima difesa potrà essere invocata anche in assenza del requisito della necessità, presunta dalla legge. La legge però, così, considererebbe lecita l’uccisione dell’intruso, nel domicilio, anche se si trattasse di una reazione non necessaria (ad esempio perché si tratta di una persona disarmata) e chi è legittimamente presente nel domicilio potrebbe respingere l’intrusione senza cagionare la morte dell’aggressore. A ciò ha posto rimedio la giurisprudenza, rimodulando la norma al principio di proporzionalità.

La presunzione di necessità della difesa, in effetti, pone dei dubbi di ragionevolezza – poiché contraria all’art. 3 Cost. – in quanto non rispondente all’id quod plerumque accidit. Diverse possono essere le modalità con le quali sventare un’offesa, non sempre rendendosi necessario uccidere l’aggressore. Diverse perplessità vengono alla luce dalla novella del 2019 anche in rapporto all’art. 2, co. 2, lett. a) CEDU. Il diritto alla vita non può essere negato anche all’intruso, salvo che la sua morte “… è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario…per garantire la difesa di ogni persona contro la violenza illegale”.  Dalla norma in commento si desume l’impossibilità di configurare una presunzione di difesa legittima scevra dall’elemento della necessità.

Da quanto sottolineato, in conclusione, sembra probabile un futuro intervento legislativo in materia, al fine di riequilibrare i diritti e i doveri tra le parti.

Avv. Silvio Tolesino

In coll. con il Dott. Alessandro Pasquale

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